Didattica, Allievi

La nostra didattica

I nostri corsi e i workshop sono esperienziali e presentano un taglio pratico, di laboratorio formativo centrato sull’apprendimento attivo. Nella didattica alterniamo momenti di apprendimento teorico e momenti nei quali mettiamo subito in pratica quanto appreso, applicando ai casi concreti e “giochi di ruolo” i metodi della facilitazione.

Inoltre, impariamo insieme a leggere e agire il linguaggio corporeo, il “corpo esperto applicato”, utilizzando tecniche di empatia, vocalità e gestualità intenzionale. Nei corsi inseriamo momenti collettivi di gioco, per rivitalizzare corpo e mente, per divertirci e sperimentare concretamente. Per fare l’esperienza diretta di coesione collaborativa, pensiero relazionale, gruppalità ottimale, una nuova via fondamentale per il presente e per il futuro.

Un gruppo di allievi!!!

  • Sandra: “Mi sento tanto arricchita e vorrei aumentare la mia gestualità”
  • Giorgio: “ Tenere presente i due vassoi a casa e al lavoro”
  • Emanuela: “Siamo sgarrupati e mi trasmette una sensazione di grande leggerezza. Sono stata benissimo!”
  • Rita: “La facilitazione è un’arte che posso imparare”
  • Sandra: “Non esistono ricette ma tentativi”
  • Rocco: “Felice di apprendere e condividere questa esperienza con questo gruppo bellissimo”
  • Marco: “Scorgere la fratellanza nei casini”
  • Laura: “Metodo che rafforza le mie competenze e che è nelle mie corde”
  • Paolo: “Il corpo esperto come strumento utile per superare la dissociazione quotidiana. Sollievo e sorpresa”
  • Maria: “Bellissima esperienza al di là di ogni aspettativa. Porto via un po’ di fiducia nell’umano e in me”
  • Sabrina: “Più energia e nuovi codici”
  • Pietro: “Linguaggio del corpo non verbale, sostare, non siamo perfetti”
  • John: “L’umniltà del male e la fragilità del bene. La potenza del gruppo”
  • Luisella: “Mi sento contenta e grata di aver imparato”
  • Carola: “Mi sono sentita energetica, interessata alle persone, curiosa delle differenze e che ci sto dentro”

Monica (giugno 2016)

“Anch’io penso con favore al ciclo formativo (1° livello) che si è appena concluso, all’impegno che ha richiesto a noi tutti e all’impronta di condivisione e collaborazione che il nostro comune percorso ha generato. Ne esco arricchita, ben oltre le aspettative che, dall’aver frequentato il corso introduttivo, avevo nutrito. Infatti, anche a me pare di aver compiuto non una personale esperienza formativa, ma un’autentica esperienza di vita collettiva”.


Le domande più frequenti…

1) Il facilitatore è una figura neutrale rispetto al contesto oppure no? Un buon facilitatore puo’ essere anche un buon attore?

Il facilitatore per definizione è una “presenza-neutra”, in particolare in posizione di consulente “professional” esterno. Anche l’esterno tuttavia, essendo chiamato da un committente ad assolvere delle funzioni, entra nella rete dei vincoli. Localizzato questo fattore connotativo del mercato delle professioni, nel gruppo o nella mediazione il facilitatore cerca di giocare il ruolo “mediano”, di attore tra le parti e con le parti, perché attivatore di nuove soluzioni e nuovi punti di vista.

2) Chi nomina il facilitatore?

Il committente nel caso del professional. Il dirigente nel caso di un trainer-facilitatore; è detto trainer quell’attore interno all’organizzazione che svolge una funzione di compito a cui si affianca una funzione di relazione. E’ trainer-facilitatore un insegnante con la classe, un capo-reparto con gli operai, un architetto con gli artigiani in cantiere.

3) Se non si è buoni comunicatori si può essere buoni facilitatori? Si può apprendere?

E’ una buona domanda. Provo a dare una risposta semplice, affermando che una buona base di competenza sociale (comunicazione, emozioni, negoziazione) è implicitamente necessaria per svolgere questa funzione; pur tuttavia queste stesse aree di competenza possono essere agite con temperamenti diversi (introverso o estroverso, caldo o freddo) e con bagagli diversi (novizio, base, avanzato). E’ la pratica concreta e sul campo che crea buoni facilitatori!

4) La compresenza di più facilitatori durante un workshop è controproducente o no?

Se l’evento da facilitare coinvolge 15 persone, basta un solo facilitatore. Se l’evento invece presenta 20-40 oppure 40-80 persone, il lavoro riguarda i cosiddetti co-facilitatori, ovvero una coppia di animatori, basata su livelli di minimo affiatamento e stima reciproci.

5) Cosa dà in più il marcatore vocale?

Il marcatore vocale è un suono di area pre-verbale (l’unico in dotazione ad un bambino nei primi dieci mesi di vita) che svolge una serie di funzioni utili, a volte strategiche.

Funzioni utili:

– ascolto attento e attivo (non solo con le orecchie, denominato passivo);

– mantiene un filo-di-attenzione nelle situazioni se particolarmente rumorose o confuse;

– è una pausa, una forma di silenzio (attivo).

Funzioni strategiche:

– prendere tempo e non cadere nella reattività distruttiva;

– aumentare il tasso di riflessività e di parola dentro (quando l’ascoltatore, oltre alla meraviglia o all’assurdo, riesce dentro di sé a indagare la frase dell’altro da più punti di vista, in termini tecnici questo si definisce “giocare il problema”).

6) Se un facilitatore ha un problema caratteriale può svolgere comunque il suo compito? Ad es. apparire arrogante

Ogni facilitatore è una persona, con le sue aree di forza e di debolezza. Certamente, la coloritura della debolezza (arroganza no, essere deciso sì) è fattore determinante. Una debolezza, se marchiana, può in effetti indebolirne il profilo e quindi la prestazione. Ma dobbiamo riflettere…

7) Facilitatore è funzione o ruolo?

Entrambi. Con Formez stiamo lavorando più sul versante della funzione (tavolo nel gruppo intraorganizzativo), ma se ci spostiamo sul tavolo interorganizzativo (piani strategici, agende 21, ecc.) l’orientamento ritorna sul ruolo.

8) Leader e facilitatore possono essere la stessa persona? (Maria Pina, Autorità di bacino); Deve essere un super partes?

Sì, leader e facilitatore possono essere la stessa persona, con alcune varianti chiave, che mutano rispetto al professional. Si tratta di introdurre un gioco “dei due cappelli”. Sarò più preciso in domande future che possono pervenire sull’argomento.

9) Il facilitatore è veramente tale in ogni occasione?

E’ una domanda che si presta a diverse interpretazioni. Provo a rispondere in una maniera a cui non ho certezza di aver compreso bene: il facilitatore svolge correttamente la sua azione sia agevolando, semplificando, appianando il terreno del gruppo, ma non di rado anche complicando, stressando, chiudendo. Concludo dicendo: il facilitatore è complicatore!?…


1) Due gruppi, seppur contrapposti fanno “muro” contro l’unico estraneo: il facilitatore.

Se il muro agisce è anche nei confronti di un gruppo contro l’altro, i motivi psicosociali sono attivanti e coinvolgenti (arousal), e sono di marca non solo razionale, ma anche irrazionale (le persone entrano in confusione…). Il muro il facilitatore lo mette nel conto, si chiama resistenza o opposizione, egli sa che tale dinamica è dentro i gangli del lavoro e dell’apprendimento; un po’ come per il camminare si usa prima la destra e poi a sinistra, così nel gruppo le polarizzazioni sono da intendersi come fattori fisiologici e inclusi nel prezzo. Il prezzo per camminare appunto.

2) Che cosa fa il facilitatore se uno si alza e va via?

Cerca di elaborare la dipartita con i restanti, senza però paralizzare troppo i lavori, senza macerarsi. L’elaborazione, di tipo dinamico e non esaustiva, la baserei su come ci sentiamo, come pensiamo di proseguire il lavoro e non su “perché è andato via” o “non va bene andare via”. Anche questa eventualità è da mettere nel conto, occorre non drammatizzare e centrarsi sul gruppo e sul lavoro. In seguito ci possiamo informare e cercare un eventuale contatto con la persona che è andata via.

3) Qual è il numero ottimale di un gruppo di lavoro?

Una cifra intorno alle otto persone.

4) Clima informale è rischio di disperdere gli obiettivi?

Occorre processare i vantaggi e gli svantaggi dell’informalità. A mio avviso essa presenta maggiori vantaggi, tra cui la fluenza, la concretezza, i contenuti, la dinamica dei giochi di scambio nel gruppo; i vantaggi possono essere dati da lassismo (?), confidenza (?), incertezza (?). Possiamo certamente presidiare con vigile attenzione questi possibili versanti per contenerne gli sviluppi indesiderati.

5) Come fare quando un attore è chiuso in modo forte, assoluto?

E’ il tema di prima del “muro”. Qui aggiungo questo: la chiusura è fisiologica e personalizzata, quindi va riconosciuta e rispettata. In più possiamo solo orientarla ad espressione e apertura con uno stile di incoraggiamento, attenzione, gradualità (es. “quando vuole dire la sua, sarà molto interessante per noi, va bene?”).

6) Come ti comporti se il gruppo fa la “caccia” al facilitatore?

Mi accerterei della vicenda, cercando di raccogliere dati e informazioni direttamente nel faccia a faccia col gruppo, prenderei tempo durante la riunione; potrei quindi provare ad aprire su alcuni passi concreti: es. “dove c’è stato forse un po’ di durezza del facilitatore?” oppure “chi può dire, ha sentito obbligo da parte del facilitatore?”. Così facendo raccolgo idee, non contribuisco ad ergere muri o distanze, provo ad esplorare aspetti possibili, mi apro a nuovo patto e negoziazione, cercando che anche il gruppo si muova dalla sua posizione e avanzi verso alcune tra le ipotesi del facilitatore. Tra i passi, posso anche accennare a qualcosa su “come mi sento”, in maniera breve e semplice semplice.


1) Dal momento che dai testi e dai documenti da me presi in considerazione per la realizzazione della mia tesi si ricava una moltitudine di definizioni, come definirebbe lei il facilitatore ed il suo lavoro in una sola frase?

Il facilitatore è un “consulente di processo” con alta competenza relazionale e un’alta qualità di azione contestuale (sa adattarsi e sintonizzarsi molto rapidamente agli ambienti diversi), fattori strategici mirati all’accompagnamento delle organizzazioni verso gli obiettivi progettati e i risultati attesi. Il facilitatore sovrintende ai fattori sociali e organizzativi, emotivi e di apprendimento durante riunioni e aule, tavoli e colloqui di aiuto. Egli è in grado di promuovere un clima vitale, garantendo forme di inclusione costruttiva e la valorizzazione delle negatività, la sua azione è orientata alla crescita dei potenziali dei singoli all’interno degli obiettivi del gruppo.

2) Sebbene contrasta con uno dei principi generali del facilitatore e della facilitazione stessa (ovvero porre tutti sullo stesso livello), in una scala gerarchica aziendale su quale gradino potremmo collocarlo?

Il facilitatore è a pieno titolo annoverabile tra i consulenti esterni all’azienda, nell’area dei “professional” del cambiamento e delle risorse umane (e formazione). Le aziende che lo adottano come risorsa invece interna ne promuovono il formato “trainer”, un profilo di competenze definito che si va ad aggiungere alle competenze tecniche. Il trainer facilitatore può essere quindi un ingegnere, un capo-settore, un responsabile di risorse umane e risorse economiche. Il facilitatore non essendo per ora un mestiere inserito nei repertori delle professioni dell’Isfol o delle Regioni non è un ruolo amministrativamente riconosciuto, bensì una funzione.

3) Dagli studi che ho effettuato il facilitatore viene ritratto come una struttura di sostegno, aiuto e rinforzo al gruppo, personalmente percepita come una figura esterna che, in un certo senso, entra nell’intimo di un gruppo o di una organizzazione. In una politica aziendale concorrenziale come quella che caratterizza il mercato odierno, una figura come quella del facilitatore (tralasciando la buona fede del soggetto) non può essere pericolosa in termini di spionaggio o sabotaggio industriale?

Potenzialmente è anche possibile. Va però considerato che questo aspetto è il medesimo rispetto alle mille altre tipologie di consulenti (di finanzia, di innovazione, di management) che animano i piani di sviluppo di tutte le aziende italiane e mondiali. E’ vero che, aprire le porte ai conflitti e alle negatività comportamentali può risultare una remora significativa per l’imprenditore. Il vantaggio è dall’altra, se egli solo sapesse quante risorse un facilitatore gli libererebbe e quanto lo farebbe guadagnare in termini di nodi da sciogliere e di efficacia di esecuzione… Ricordo che la gestione delle persone è considerata per una buona fetta di imprenditori di gran lunga la prima zona di tensione e preoccupazione.

4) Come mai la facilitazione esperta, seppur abbracci diverse discipline e, nonostante gli ampi contesti nei quali il facilitatore dimostra di ricoprire un ruolo tanto valido, si fatica comunque ad incontrare questi argomenti nei testi soprattutto universitari?

Solitamente il testo universitario tende a inquadrare eccellentemente il costrutto, la scuola di pensiero, l’autore e via via però tende a trascurare le applicazioni operative, costituite da strumenti e tecniche. Il facilitatore è senz’altro annoverabile tra le tecnologie e le applicazioni, qui sta quindi il punto di un’assenza dai testi accademici. La vocazione di questo segmento di sapere è tuttavia ben svolta dalla letteratura di area professionale extra-accademica. I miei libri – “Professione facilitatore” 2005 e “Il facilitatore dei gruppi” 2006 -comunque sono stati per ora adottati dall’Università Bicocca di Milano e sono in diffusione nei corsi e master universitari dove insegno presso le Università di Pisa, Siena e Firenze.

5) Ritiene necessario un progetto di promozione della facilitazione esperta nelle scuole e nelle università?

Di sicuro. E’ il compito specifico che, come formatore-consulente e come docente universitario, mi sto dando a partire dal 2005, con l’uscita del primo libro. I programmi vedono rispettivamente:

– Un lavoro di codifica della figura e ingresso nei repertori delle professioni, contatto in corso con Isfol e Formez;

– La nascita di una scuola per facilitatori (vedi sito in allestimento www.scuolafacilitatori.it) di carattere nazionale e internazionale;

– Attualmente tre corsi professionalizzanti attivi a Roma, Bologna e Pistoia;

– La facilitazione è materia di studio alla Facoltà di Matematica dell’Università di Pisa, presso il Corso di Scienza per la Pace, diretto dal prof. Gallo;

– La facilitazione è materia di studio presso il Master in Counseling e Formazione relazionale dell’Università di Siena, Facoltà di Lettere e Filosofia (distaccata di Arezzo) diretto dal prof. Cheli;

– La facilitazione è materia di studio presso il Master in Mediazione dei conflitti sociali e interculturali dell’Università di Firenze, Facoltà di Scienze della Formazione, diretto dalla prof.ssa Ceccatelli;

– La formazione di facilitatori è attiva dal 2005 all’interno del Formez, agenzia del Ministero della Funzione Pubblica;

– La formazione di insegnanti facilitatori è attiva all’interno di alcune decine di scuole superiori italiane;

– Altri progetti sono allo studio.