Domanda 101

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Ma il facilitatore ammette le sue difficoltà in un gruppo?
Mi trovo in Lombardia presso un’azienda sanitaria dove mi chiamano per facilitare un conflitto tra operatori prima collaborativi e poi via via in verticale deterioramento. Nell’équipe non di rado emergono anche toni molto duri e punitivi, che vanno a toccare la sfera personale. Volano gli stracci e si sentono rumori di spade. Incontro l’intera équipe che lavora presso un Serd.
Questo stato di crollo (spegnimento secondo i tre comportamenti automatici) è davvero il più difficile, perché le persone quando vi entrano diventano impassibili, veri e propri muri di gomma. Riflettendo sulla mia facilitazione, posso dire questo: mi sono impegnato molto, pensavo di farcela ad aiutare le parti e l’intero gruppo, anzi ero convinto di farcela! Proprio questo fattore mi ha fatto forse insistere troppo sulle idee di metodo e non profondere abbastanza il senso, l’emozione, la vicinanza umana. È stato come se i miei assiomi in quel momento agissero da garanzia della riuscita, cosa puntualmente smentita.
Pino De Sario

Ciao Pino, ho appena letto la scheda sulla tua facilitazione presso l’azienda sanitaria lombarda. Trovo davvero molto utile leggere questo esempio e sono colpita dalla tua capacità di rielaborare in maniera strutturata, tanto da renderla apprendimento, una situazione che, immagino, sarà stata dolorosa anche per te.
Come allieva trovo di grande spunto la tua riflessione sul fatto che il facilitatore in certi contesti debba uscire fuori dal ruolo di esperto ed agire quella “umanità buona” di cui parli. Questo di sicuro è molto complesso e sottile perché richiede l’allenamento non di tecniche, ma di doti umane. Difficile fare questo passaggio nei contesti lavorativi caratterizzati da performance e, immagino, ancora più difficile quando si è chiamati nelle vesti di “esperto”. Ma questa è davvero una bella lezione da cui, come scrivi, può emergere un momento di riflessione teorica.
A volte mi capita di riscontrare su me stessa quanto debba tenere alta la guardia nel praticare la mia buona umanità. Ovvero, trovandomi spesso a lavorare in contesti impersonali e un po’ abbrutiti, vedo come rischi di assumere io stessa questa postura e questo stile nel mio lavoro. Devo agire davvero un lavoro “consapevole” per non farmi trascinare in questo vortice abbrutente. Queste mie note ti suscitano altra riflessione?
Emilia Pellegrini

Emilia, ciao, alla tua bella lettera mi sento di aggiungere questi due punti: 1) aiutare i gruppi è un compito molto complesso, a tratti complicatissimo, che non ci desume tuttavia dal provare e allenare le nuove capacità cardinali (scientifiche, metodologiche, umane); 2) quel caso è avvenuto quattro anni fa, posso dire che il lavoro svolto da lì ad ora, su di me e anche nella nostra Scuola, ha teso a rinforzare il piano personale-umano. Sono approdato così alle diverse forme di “calore sociale”, un’area che tratteggia le tinte di un’umile ricerca, di una tenue compassione, della tenerezza umana. In queste forme trova spazio anche l’ammissione come facilitatore di mie possibilissime impasse o difficoltà. Da lì Jerome mi diceva… “poi è tutta un’avventura”.
Pino De Sario